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Il “porco cinturello” di Sant’Antonio

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Si è aperta a Orvieto una bella mostra di ceramiche dedicata al “porco cinturello” che merita di essere visitata. Il catalogo intitolato Cotto e biscotto. Il porco cinturello in carne e… ossidi è curato con grande eleganza da Alberto Satolli, il quale ha anche scritto una dotta e agile introduzione, partendo da carte trecentesche e da un affresco, nel duomo di Orvieto, attribuito a Pietro di Puccio (secolo XIV) e raffigurante un Sant’Antonio abate con il particolare “porco cinturello”. Proprio davanti alla piazza del bellissimo duomo orvietano c’era uno spiazzo erboso detto campus porchorum, che intorno al 1315 fu radicalmente modificato in campus florum. In effetti, per la città di Orvieto e per il suo contado il maiale nel medioevo doveva rappresentare una formidabile risorsa alimentare, tanto è vero che, nella zona, era tradizionalmente presente fino a pochi decenni fa la pratica di allevare durante l’anno il Porco di Sant’Antonio. Tutti dovevano concorrere a nutrirlo per poi mangiarlo il giorno della festa del Santo, il 17 gennaio, in un grande banchetto collettivo. Quello stesso giorno si svolgeva nella città e nei paesi della campagna la cerimonia della benedizione degli animali, che, ripuliti e infiocchettati, venivano portati alla cerimonia della benedizione. Nell’occasione si distribuivano i biscotti di Sant’Antonio, ossia tortucce, ciambelle all’anice e “panettuzzi” con le iniziali del Santo. Come è noto, l’uccisione del maiale nel mondo contadino del passato rappresentava una vera grande festa. Di norma avveniva nel mese di novembre per San  Martino, ma la “spezzatura” del suino si svolgeva nei giorni a seguire con la preparazione di piatti saporiti come le fave condite con la “ventricina” del maiale, i fagioli con le cotiche, la polenta con i fegatelli, bistecche e braciole, le zampette, il baffo ecc…

Era un vero trionfo del porco, come aveva scritto Giulio Cesare Croce nel suo celebre trattato. E del porco sono rimaste tracce significative nell’arte e nelle terrecotte medievali. I primi esempi di porci cinturelli, rappresentati nelle ceramiche medievali, sono presenti su due boccali orvietani di maiolica arcaica trecentesca. I due reperti sono davvero belli e si vede molto bene la raffigurazione del maialino cintato, appunto il porco di Sant’Antonio. Alcuni studiosi non si sono accorti della caratteristica e hanno parlato di cinghiali neri fasciati di bianco. Addirittura – come nota puntualmente Satolli – sono giunti a scambiare la “cintura” per una gualdrappa, parlando di «cinghiale con un dorso coperto da un drappo».

In verità cinghiale e maialino si sono sempre confusi nell’antichità e in tempi recenti si era persa la conoscenza delle caratteristiche del maialino cintato sopravvissuto solo in piccole aree della Toscana. Oggi invece si è scoperto che certe caratteristiche genetiche accomunano il cinghiale al “porco cinturello”. Proprio quello che figura nell’iconografia di Sant’Antonio.  

 


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