Le rivolte, il web e la democrazia

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Mentre già si parla di “primavera mediterranea”, dando per scontato che nel Mediterraneo islamico stia per sbocciare la democrazia, si accende la discussione sul ruolo che possono avere avuto i nuovi media, nelle rivolte popolari di questi giorni in Tunisia e in Egitto. Non c’è dubbio che un ruolo i nuovi media l’hanno giocato se è vero, come è vero, che per ordine del ministero delle telecomunicazioni egiziane, appena l’esercito ha dichiarato lo stato di emergenza, in pochi minuti hanno cessato di funzionare web, e-mail, sms e cellulare. Nella fase iniziale delle rivolte, sia in Tunisia che poi in Egitto, il ruolo dei media, vecchi e nuovi, è stato importante, ma, per esempio, la grande maggioranza dei giovani che nelle città egiziane sono scesi nelle piazze dopo la preghiera del venerdì, frequentano le moschee, portano l’hijab e seguono con grande scrupolo le regole coraniche. Moltissimi di questi giovani che sono scesi per le strade del Cairo, quelli che saccheggiano i negozi e bruciano le sedi del partito di governo e saccheggiano i musei o le vetrine occidentali, non sono certo i blogger che hanno aperto la strada alla rivolta. In più a soffiare potentemente sulle rivolte nordafricane è “Al Jazeera”, il network satellitare del Qatar, il cui ruolo, ormai, è quello estremistico, populista e pro-islamista. “Al Jazeera” è il canale più diffuso del mondo arabo e ha contribuito, specialmente negli ultimi anni, a colpire i governi autocratici più favorevoli all’occidente in questa delicatissima area del mondo arabo. Così, mentre questo è il quadro, suona buffo vedere i giornali e le televisioni occidentali sostenere “le sommosse democratiche” ed addirittura emozionarsi per le magnifiche sorte e progressive delle rivoluzioni internettiane. In sostanze, la nostra cultura vede la democrazia dappertutto. Secondo la cosiddetta “dottrina Google” i nuovi media aprono la via alla libertà, alla democrazia e naturalmente al mercato. Questa è una teoria seducente, ma assai parziale, perché non tiene conto dei vari contesti e della complessità dei movimenti e delle spinte politiche e sociali, ma più che altro non tiene conto che anche i regimi autoritari e persino i Fratelli Mussulmani e le centrali terroristiche, hanno imparato, e non da ora, ad usare i media e la rete come strumenti di controllo, di contrapposizione, di propaganda e di mobilitazione.

Scritto per “La Nazione” il 31/01/2011

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  • Posted on mercoledì, marzo 23rd, 2011
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