Gli esodi dell’emigrazione globale

Gli esodi dell’emigrazione globale

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Mentre noi temiamo l’ondata di immigrati provenienti del Nordafrica, si scopre che la Libia, ma lo stesso si potrebbe dire di molti altri paesi arabi, a partire dagli Emirati, ricchi di petrolio, ma poveri di maestranze professionali e tecniche, è piena di lavoratori stranieri in fuga. Lasciano il paese centinaia di migliaia, milioni di lavoratori e tecnici provenienti da mezzo mondo, compresi gli italiani.
Si dice, ma le cifre e i numeri vanno presi con le molle, in un paese dove non esiste l’anagrafe, che a fronte di una popolazione di 6.5 milioni di abitanti, ci siano milioni e milioni, tre-cinque, forse di più, di lavoratori stranieri provenienti dal centro africa, sudanesi, nigeriani, ciadiani, egiziani, più turchi, cinesi, coreani, vietnamiti, thailandesi e chi più ne ha più ne metta. Non si tratta solo di tecnici delle compagnie petrolifere, ma di operai, camerieri, elettricisti, parrucchieri, infermieri, uomini e donne che lavorano al posto dei giovani libici a confermare il pregiudizio un po’ razzista che gli arabi “non lavorano”. In realtà si tratta di un sistema sociale che non è cresciuto, che è rimasto in parte tribale e in parte tradizionale, mentre esplodeva la ricchezza generata dalle fonti petrolifere, vera e propria rendita parassitaria su cui si basano i regimi che si fondano su questo tipo di economia. Quando salì al potere il giovane colonnello Gheddafi, molti intellettuali europei anticolonialisti di sinistra gioirono e molto prima dei nostri governanti tributarono onori e biografie un po’ enfatiche. L’”uomo bianco” è sempre pieno di singhiozzi e di complessi, quanto è superficiale nel credere nelle magnifiche e progressive sorti della democrazia. La democrazia, invece, come ci ha spiegato un grande politologo come Ralf Dahrendorf, è una cosa seria e assai complessa: non ha bisogno solo di libere elezioni, ma anche di economie libere e dinamiche, di una società civile articolata, di istruzione e più ancora di regole istituzionali e giuridiche abbastanza sofisticate.
Se mancano queste condizioni e non è maturata l’economia e la società, è molto probabile, che ad un liberatore-dittatore succederà un altro liberatore-dittatore, ad una piazza in rivolta succederà un’altra piazza in rivolta. Per capire queste cose ci vuole la vista lunga e la testa sgombra. Magari nel Nordafrica nascessero delle democrazie. Sarebbe, forse, una grande opportunità per l’Italia e per tutto il Mediterraneo.

Scritto per “La Nazione” il 25/02/2011

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  • Posted on mercoledì, marzo 23rd, 2011
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