Storia d’Italia: i tre regimi e le tre crisi

Storia d’Italia: i tre regimi e le tre crisi

Per la vostra utilità pubblichiamo il saggio di Zeffiro Ciuffoletti contenuto nella rivista “Mondoperaio“, n° 3, marzo 2011 (consulta la rivista in versione pdf).

La natura delle crisi italiane può sembrare comune a quella di altre nazioni europee, ma ogni storico dovrebbe sapere che i contesti nazionali presentano delle specificità proprie rispetto ai contesti generali. In effetti, tutte le crisi italiane – 1918-1925, 1943-1948, 1989-1992, le tre grandi crisi di regime, per parafrasare il titolo di un libro di Massimo L. Salvadori – sono legate a tre grandi crisi epocali internazionali: il primo dopoguerra, il secondo dopoguerra e la fine della guerra fredda. Tutte e tre queste crisi hanno avuto in Italia ripercussioni così profonde e di tale portata da minare non solo il sistema politico, ma anche gli assetti istituzionali. Tanto è vero che l’uscita da queste fasi critiche ha condotto, in Italia, a veri e propri cambiamenti di regime e, quindi, ad esiti non sempre paragonabili a quelli di altre nazioni europee. In questo senso, la comparazione con la situazione di altri Paesi del continente non è, almeno a prima vista, del tutto legittima, anche se dalla grande crisi della prima guerra mondiale presero corpo, in alcuni Stati dell’Europa, delle ideologie rivoluzionarie che si trasformarono poi in soluzioni totalitarie, come nel caso della Russia, dell’Italia e, infine, della Germania. Eppure, anche in questo, i contesti specifici giocarono un ruolo rilevante, tanto nella crisi quanto nei suoi esiti. Può sembrare utile, quindi, chiedersi se nelle tre crisi italiane sopra richiamate vi sia qualcosa di comune e specificamente collegabile alle caratteristiche istituzionali, politiche e sociali della storia italiana.
La storiografia è ormai pressoché concorde nel ritenere che la formazione dello Stato nazionale fu, in Italia, un evento rapido e fortunato. Tuttavia, lo Stato unitario formatosi nel 1861 presentava fin dal suo sorgere, una serie di elementi strutturali di notevole debolezza: la cosiddetta questione romana da un lato e la questione meridionale dall’altro. Recentemente la storiografia politica ha insistito su un altro elemento, peraltro collegato ai primi due, ovvero la presenza di forze antisistema, o antistato o, ancora, extraparlamentari, che contribuirono a limitare l’area di consenso delle istituzioni e a contrastare il processo di nazionalizzazione delle masse popolari e contadine. In tutta la storia dello Stato italiano si è sempre registrata una forte difficoltà ad allargare le basi di consenso delle istituzioni e, quindi, ad estendere il processo di inclusione delle masse nello Stato nazionale. Si è registrata, inoltre, una permanente presenza di forze antisistema, che non solo hanno
reso debole l’azione politica delle classi dirigenti, ma hanno anche determinato una patologica estensione della prassi trasformistica sul piano politico-parlamentare. Per questo motivo, nella storia d’Italia non si è registrata solo una congenita debolezza del governo, ma anche una permanente difficoltà nel funzionamento del meccanismo di ricambio delle classi dirigenti. Secondo Massimo Salvadori, questi elementi strutturali avrebbero provocato quelle distorsioni nel rapporto tra forze di governo e forze di opposizione che da sempre caratterizzano la vita politica italiana. La presenza di posizioni ideologiche così radicalmente contrapposte avrebbe impedito – sempre secondo Salvadori – lo sviluppo delle condizioni fondamentali di funzionamento della democrazia, e cioè la possibilità di alternative di governo fondate su schieramenti contrapposti, ma pienamente legittimati. In Italia sono sempre mancate, pur nel succedersi di diversi regimi politici, alternanze di governo normali, cioè rispondenti alle caratteristiche istituzionali e alle regole democratiche. Le crisi internazionali hanno sempre innescato potenti fattori di cambiamento che, in assenza di alternative interne al sistema, hanno finito col generare vere e proprie “crisi di regime”. Le opposizioni politiche hanno infatti sempre avuto per scopo non tanto avvicendamenti di governo all’interno di un quadro istituzionale condiviso, quanto piuttosto la creazione di alternative radicali al sistema vigente. Ciò è accaduto sia durante la crisi del primo dopoguerra, quando l’instabilità e la fragilità degli esecutivi aprirono la strada al fascismo; sia in occasione di quella contrapposizione frontale tra fascisti e antifascisti che sfociò nella tragedia della seconda mondiale e poi nella repubblica democratica; sia, infine, nella crisi del sistema politico che, dopo il crollo del muro di Berlino, è sfociata nella lunga e drammatica transizione aperta da Tangentopoli e poi nel declino della prima Repubblica. Da quindici anni l’Italia è bloccata nella irrisolta riforma del sistema politico e istituzionale che aveva caratterizzato il primo cinquantennio repubblicano. Oggi siamo ancora impegnati in una faticosa contrapposizione di poli o partiti, protagonisti di un bipolarismo distruttivo e incapace di legittimare le forze contrapposte. Queste tendono ad abusare del populismo e della demagogia, contribuendo a corrodere il già debole tessuto democratico di un paese che, invece, avrebbe bisogno di essere governato con efficacia e stabilità. E, magari, con istituzioni e regole adeguate all’oggi.
In altri Stati, quando intervengono momenti di crisi, può capitare di fare appello ai motivi e ai valori ispiratori della civile convivenza e alle ragioni di esistenza della comunità nazionale. In Italia, invece, le crisi provocano ulteriori lacerazioni e la storia, invece di unire, si trasforma in retorica, alimentando opposte ideologie. In questo modo, l’Italia procede di crisi in crisi senza mai risolvere i suoi problemi di fondo.

1° crisi.

La crisi del primo dopoguerra – come è noto – si concluse con la fine dello Stato liberale e con l’affermazione del fascismo. La guerra era stata insieme un potente fattore di nazionalizzazione delle masse e di radicalizzazione dello scontro politico. La storiografia ha identificato un «biennio rosso» (1919-1920) e un «biennio nero» (1921-1922), entrambi scaturiti da quell’impasto di sovversivismo ed estremismo denominato «diciannovismo». Pur facendo parte dei paesi vincitori, l’Italia si sentì defraudata nelle sue aspettative e il mito della «vittoria mutilata» agì da fattore di agitazione nazionalista e fascista. Le difficoltà economiche connesse alla riconversione dell’economia di guerra generarono una situazione di forte conflittualità sociale, che paralizzò i ceti medi, meno protetti, rispetto agli operai e ai contadini, dalle grandi organizzazioni sindacali. Questa situazione spinse proprio i ceti medi verso il nascente movimento fascista, guidato da un leader come Benito Mussolini, che proveniva dall’estrema sinistra e alimentava ideoogie e metodi di lotta apertamente antisistema.
Le elezioni del 1919, a suffragio universale maschile, diedero un grande successo al Partito Socialista che, guidato dai massimalisti e da componenti dichiaratamente rivoluzionarie e comuniste, non era disponbile ad alleanze con le forze democratiche. Solcato da divisioni profonde, il PSI appariva inoltre divaricato rispetto alle organizzazioni sindacali, dominate dai riformisti.
I cattolici, che alle stesse elezioni avevano debuttato con il successo del Partito Popolare, erano a loro volta poco propensi ad alleanze con i liberali. Il loro partito non si riconosceva nella tradizione risorgimentale a causa della frattura apertasi tra lo Stato e il Papato all’indomani della proclamazione dell’Unità.
La violenza classista sbandierata e praticata dai socialisti e dagli anarchici non fece che alimentare la violenza fascista e Mussolini riuscì sempre di più ad imporsi come l’uomo dell’ordine e della risposta al disfattismo antinazionale. Nel momento della aperta reazione, dopo il fallimento dell’occupazione delle fabbriche (settembre 1920) il PSI che, guidato dai massimalisti, aveva respinto la strategia delle riforme democratiche, si trovò diviso in tre partiti, ma rimase prigioniero dell’immobilismo e dell’ipnosi rivoluzionaria. Il vecchio statista liberale Giovanni Giolitti tentò la strada del trasformismo, cercando di assorbire il Partito Fascista, ma Mussolini, con la marcia su Roma (ottobre 1922), non solo impedì tempestivamente l’alleanza tra forze liberal-democratiche e socialiste riformiste – costituite in partito – ma decise di giocare tutte le sue carte minacciando la guerra civile. Parte della classe dirigente, l’esercito e la Monarchia, così come gli agrari e gli industriali, preferì allora affidarsi al capo del fascismo, nella convinzione che lo Stato liberale non fosse più capace di arginare la rivoluzione e di tutelare gli interessi nazionali. Così, invece che al passaggio dal liberalismo alla democrazia, si assistette alla crisi finale dello Stato liberale uscito dal Risorgimento.
Dal 1922 al 1925, nel giro di soli tre anni, si consumarono la fine di un sistema politico e istituzionale e l’avvento di un nuovo regime. Un regime che operò la nazionalizzazione delle masse per via autoritaria e che aprì la via italiana a quello che, per via dei compromessi con la Monarchia e la Chiesa, può essere definito «totalitarismo imperfetto».

2° crisi.

La seconda crisi italiana, ancor più drammatica della prima, ma dagli esiti positivi, coincide con il crollo del fascismo e con la guerra civile (1943-1945) e la divisione dell’Italia in due Stati contrapposti. Al conflitto aperto tra fascisti e antifascisti, fece da sfondo la divaricazione territoriale tra il centro-nord, coinvolto nella lotta di liberazione dai Tedeschi e dai fascisti, e il sud, che venne liberato dalle armate alleate sbarcate in Sicilia nel 1943. Il nuovo Stato repubblicano che prese forma dopo la liberazione attraverso il metodo democratico della Costituente e del suffragio universale esteso alle donne, si affermò grazie alla drastica rottura della forma statuale e governativa di tipo fascista ed in forza di una guerra civile assai più ampia e drammatica di quelle del primo dopoguerra. Il trauma dell’8 settembre, la guerra fra eserciti occupanti, la guerra civile e la lotta di classe alimentata dal PCI, indebolirono quel poco di coscienza nazionale rimasto dopo il crollo del fascismo, il dramma di una guerra persa e l’abbandono del paese e dell’esercito da parte della Monarchia in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943. La natura della repubblica nata dalla scelta referendaria e dall’elezione dell’assemblea costituente fu determinata dai partiti antifascisti. Quella che sorse fu formalmente una repubblica parlamentare, ma a caratterizzare la vita democratica e a determinare le regole del gioco furono tre grandi partiti di massa, ovvero la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista e il Partito Comunista. Questi, pur avendo approvato il compromesso costituzionale, erano portatori di progetti totalmente contrapposti di Stato, di società e persino di alleanze internazionali. La DC ottenne un vasto consenso nella scelta filo-occidentale e attrasse nella sua orbita i partiti minori, mentre il PCI – il più grande dell’Europa democratica – era caratterizzato da un’ideologia di tipo leninista e da una prassi socialdemocratica, pur rimanendo sempre legato all’URSS e al modello comunista. La «doppiezza» permise al PCI di crescere e accettare la prassi parlamentare mantenendo la sua diversità e utilizzando l’antifascismo come una forma surrettizia di legittimazione democratica. Nonostante il quadro istituzionale democratico, il sistema politico rimase bloccato per tutto il periodo della guerra fredda. L’Italia, ancora una volta, non conobbe una normale alternanza di governo, ma fece esperienza di una pratica di compromesso strisciante che permise al PCI di godere dei vantaggi dello scambio politico-parlamentare e di monopolizzare la protesta sociale. Da qui l’idea degli stessi comunisti di definire il proprio partito «di lotta e di governo». Per vari decenni, complice la guerra fredda, il PCI con le sue organizzazioni di massa – più il sindacato della CGIL – si presentò come forza dell’antistato, considerandosi estraneo a quella che considrava la «democrazia borghese» o «formale», la quale doveva essere superata in direzione di un modello di Stato e di società socialista e colletivista. Pur con questi gravi limiti, la «repubblica dei partiti» e dei compromessi permise alla democrazia di radicarsi all’interno di un paese che viveva la più grande trasformazione sociale della sua storia. Naturalmente non ci fu unanime consenso né sulle regole istituzionali, né sul sentimento nazionale, motivo per cui l’Italia non conobbe nemmeno un patriottismo repubblicano. Il senso dello Stato rimase prigioniero delle logiche di partito e delle pratiche clienteliari, attraverso le quali si tenevano insieme realtà politiche, economiche e territoriali molto diverse tra loro. La mancanza di una cultura liberale diffusa si fece largamente sentire nel rapporto tra i diversi centri di potere e i cittadini, mentre la debolezza del potere esecutivo spinse i vari governi, sempre dominati dal partito di maggioranza relativa – la DC – ad attuare costantemente compromessi parlamentari anche con l’opposizione comunista. La democrazia in Italia potè dunque reggersi solo grazie ad una sorta di partito unico del debito pubblico, tanto che a partire dagli anni Settanta lo Stato italiano ha visto crescere il suo deficit in maniera esponenziale. Attraverso una più massiccia presenza dello Stato – e quindi dei partiti – nell’economia, la spesa pubblica italiana è stata, con logica spartitoria, posta a base di una corruzione che, lungi dall’essere attribuibile alla volontà di singoli uomini politici, riguardava – ad esclusione dell’estrema destra – sia i partiti di governo che quelli di opposizione, rappresentando la modalità stessa di funzionamento del sistema.

3° crisi.

La caduta del muro di Berlino, che segnò il crollo dei regimi comunisti in Europa, ebbe ripercussioni internazionali di notevole portata, ma in nessun caso ebbe effetti dirompenti come in Italia, dove il sistema politico – con la presenza del più grande partito comunista d’Occidente – si era strutturato sugli equilibri della guerra fredda. In realtà, l’Italia era sempre stata l’anello debole dello schieramento occidentale e la fine della guerra fredda colpì sia il partito di maggioranza relativa, la DC, sia il maggior partito d’opposizione, ovvero il PCI. Il PSI, che avrebbe dovuto trarre vantaggio dal crollo del comunismo, fece l’errore di sottovalutare l’ampiezza dell’insediamento sociale dei comunisti italiani, i quali vantavano una presenza forte negli ambienti culturali, negli assetti di potere del sistema editoriale scolastico e mediatico e nella magistratura. Gli stessi equilibri istituzionali e politici, compresi i poteri locali, risentivano profondamente sia delle logiche di scambio tra il centro e la periferia che della presenza del maggior partito d’opposizione. Il PCI non era solo un partito centralistico a forte connotazione ideologica, ma era anche un partito-società e una notevole macchina di potere alla quale facevano capo robuste organizzazioni di massa, dai sindacati alle cooperative, dalle associazioni culturali a quelle ambientali. Il PCI aveva inoltre, attraverso le organizzazioni sindacali collaterali, un ingente peso sull’economia pubblica e negli apparati dello Stato.
La divisione e la contrapposizione tra democristiani e socialisti – così come tra gli altri alleati di governo – permisero al PCI di guadagnare tempo e di rinviare la resa dei conti sul piano elettorale. Il sistema politico doveva essere modificato, ma nessun progetto di riforma istituzionale o elettorale volto a consolidare l’esecutivo e a correggere gli eccessi della partitocrazia e del parlamentarismo potè trovare un approdo condiviso. Nel frattempo il debito pubblico e la pressione fiscale erano cresciuti in maniera patologica. Vasti settori dell’economia – compresa la piccola impresa del centro-nord, artefice delle maggiori performance economiche d’Italia – non potevano più sopportare i costi della politica e la sua incapacità di avviare un processo di modernizzazione che migliorasse l’efficienza del sistema pubblico e delle infrastrutture e che liberasse le forze della società civile dalle maglie della rendita corporativa e delle protezioni sindacali.
Quando si scatenò l’ondata di Tangentopoli nel 1991, ancora le forze di governo detenevano la maggioranza elettorale, ma nel giro di pochi mesi furono colpite una ad una dalle inchieste giudiziarie e dalle campagne di stampa contro la corruzione, che l’ex PCI, per quanto indebolito, decise di cavalcare con grande spregiudicatezza, secondo la logica del tanto peggio, tanto meglio. È ancora presto per fare la storia di quegli anni terribili, ma è oramai assodato che nel Paese si scatenò un’ondata di giustizialismo e un movimento di antipolitica del quale approfittarono i partiti nuovi e quelli più estremi, a destra come a sinistra. L’ex PCI – all’epoca PDS – non scelse di trasformarsi in partito socialdemocratico, ma approfittò delle inchieste che colpivano il Partito Socialista e la Democrazia Cristiana per intercettare spezzoni degli uni e degli altri, riproponendosi coma un partito nuovo senza mai tuttavia fare i conti con il suo passato e la sua vecchia ideologia. Con l’aiuto di importanti settori delle classi dirigenti e del mondo dell’informazione il PDS si illuse di guadagnare la maggioranza dell’elettorato, ma nelle elezioni politiche del 1994 risultò vincente una strana alleanza formatasi intorno a un imprenditore del settore televisivo, Silvio Berlusconi, e al suo nuovo partito, Forza Italia che, con il supporto della Lega Nord e della destra ottenne un imprevisto successo. Gli elettori dei maggiori partiti di governo, privati dei loro antichi riferimenti poitici, votarono a favore della inedita coalizione, dimostrando di non credere alle risultanze delle inchieste giudiziarie, che avevano colpito i vecchi partiti di governo ma avevano appena sfiorato l’ex Partito Comunista, giudicato invece dagli stessi elettori come parte integrante del sistema di corruzione e di finanziamento illecito della politica.
Da allora in poi, per uscire dalla crisi, si è tentato di riformare l’architettura istituzionale e politica della prima repubblica modificando in primo luogo il sistema elettorale nel senso di un bipolarismo che doveva essere antidoto alle alleanze di governo eterogenee e fragili che avevano varatterizzato la vita politica italiana fino alla crisi del 1991-’94. Dal 1994 in poi si sono in effetti susseguite varie riforme elettorali, ma non si è riusciti a modificare, se non in maniera marginale, gli assetti istituzionali della prima repubblica. In compenso, si sono avuti tre successi elettorali del centro-destra e due del centro-sinistra. La democrazia dell’alternanza ha funzionato in maniera anomala, e cioè senza quella legittimazione reciproca dei due schieramenti che esiste solitamente nei sistemi bipolari. La governabilità è risultata, tanto con i governi di centro-destra quanto con quelli di centro-sinistra – generalmente molto conflittuali al loro interno – assai debole e, addirittura, ancora più inefficace delle pur deboli performance di governo della prima repubblica. Ancora oggi il Paese è in preda alle tendenze populiste del centro-destra e a quelle demagogiche del centro-sinistra. L’estremismo delle antiche ideologie antisistema risorge costantemente e accentua l’ingovernabilità e il declino economico, sociale e morale del Paese. In assenza di organiche riforme istituzionali, l’Italia rischia di galleggiare in una crisi infinita. Per questo si può dire che ancora oggi, nonostante il successo apparente di un sistema bipolare, l’Italia non riesce ad uscire dalla crisi della prima repubblica.

Il declino.

Delle tre scelte strategiche utili a superare le degenerazioni della partitocrazia e la debolezza strutturale dell’esecutivo – bipartitismo, federalismo e riforma della Costituzione – nessuna è andata in porto in maniera coerente e le riforme elettorali si sono avvicendate con effetti peggiorativi. L’antipolitica, costantemente alimentata dai media e dallo scandalismo ha esaltato il potere del circuito mediatico-giudiziario e della facoltà di arbitrato della Presidenza della Repubblica, della Corte Costituzionale e della magistratura. Dalla democrazia dei partiti si è passati alla democrazia tutelare che, alimentando un conflitto istituzionale permanente, ha ulteriormente indebolito la politica e le istituzioni statuali. Di tale conflitto istituzionale è stato protagonista e vittima un leader anomalo come Silvio Berlsconi, un imprenditore «sceso in campo» per raccogliere l’elettorato dei partiti di governo abbattuti dal potere giudiziario.
L’unica riforma istituzionale attuata – e cioè quella del titolo V della Costituzione (2001) non ha fatto che aumentare la conflittualità e la sovrapposizione di competenze fra i diversi livelli dello Stato: comuni, province e regioni, sono stati tutti messi sullo stesso piano per concorrere fra loro sulle più varie materie, con il risultato di un aumento impressionante della spesa pubblica. Credo che esistano pochi esempi al mondo di conflittualità e, nello stesso tempo, espansione delle funzioni e dei costi della politica e della burocrazia paragonabili al caso italiano. E ci sono altrettanti pochi esempi di debolezza o impotenza a risolvere i problemi economici, politici e istituzionali. Nemmeno l’aggancio all’Unione Europea e all’Euro, che ha ridotto gli interessi sul debito pubblico, diminuendo però anche il valore dei redditi fissi, sembra essere stato di aiuto. Il passaggio dalla vecchia alla nuova moneta, per come è stato gestito, si è anzi rivelato un vero e proprio gioco al massacro, con effetti perversi sul potere di acquisto di salari, stipendi e pensioni. L’Italia rimane inoltre il paese a più alta pressione fiscale, con una giungla di balzelli che aggravano il costo del lavoro e delle imprese. L’altra faccia di tutto questo è l’altissima evasione fiscale e l’economia criminale. Tutto si tiene nell’insostenibile aumento della spesa pubblica e dei costi della burocrazia e dello Stato.
A giusta ragione nel 1995, con Giuseppe Mammarella, pubblicai per la Mondadori un volume dal titolo emblematico: Il declino. Le origini storiche della crisi italiana. Come è noto, i libri servono solo a coloro che li leggono, specialmente quando raccontano storie fuori dal coro o affrontano i lati amari e duri della realtà. Il conformismo e il moralismo sono i migliori ingredienti della demagogia e del populismo: “gli altri” – sempre gli “altri”, specialmente se ricchi come Berlusconi – sono la causa di tutti i mali. Così Berlusconi è diventato un alibi e finanche un problema clinico, oltre che politico, per sé, per «li nemici suoi» e per l’intero Paese, che galleggia sul secondo più grande debito pubblico dell’Unione Europea e si sviluppa ad un ritmo molto più basso di quello di Paesi come la Germania, meglio attrezzati sul piano degli equilibri politici e istituzionali a rispondere – con il ricambio e la stabilità – al mutamento e alle crisi economiche.
Si può dire che l’Italia, che non riesce più a generare speranza e lavoro per le giovani generazioni, si è avviata su quella via del non-sviluppo tanto auspicata dai teorici della decrescita, che non apprezzano l’idea del Pil. Le persone sensate che ancora si attengono al Pil dovrebbero ricordare che negli anni Ottanta del ‘900 il tasso di crescita medio dell’economia italiana toccò il 2, 55%: negli anni Novanta, quelli della rivoluzione di Tangentopoli, la crescita media del Pil fu dell’1,42%, mentre nell’anno orribile del 1993 essa scese a meno 0.89%. Nei diciassette anni che vanno dal 1994 al 2010, cioè nell’era del bipolarismo, la crescita del prodotto interno lordo si è attestata sull’1%, mentre il rapporto debito-pil è salito al 119%. In sostanza, negli ultimi decenni, con governi centro-sinistra o di centro-destra, l’Italia ha perso circa 20 punti di Pil rispetto ai suoi più diretti concorrenti.
Se non è declino, qualcuno ci dica come chiamarlo. Forse decrescita?

Tagged as ,
Categorized as Storia, Storia, Storia d'Italia

User comments

No Responses to “Storia d’Italia: i tre regimi e le tre crisi”

Leave a Reply