Carestie dell’età contemporanea

Carestie dell’età contemporanea

Per la vostra utilità, pubblichiamo in forma integrale l’articolo scritto da Zeffiro Ciuffoletti per “La Nazione” il 12 settembre 2011.

Le carestie hanno sempre accompagnato la storia dell’umanità in ogni luogo, in ogni società e in ogni tempo, compresi i secoli a noi più vicini, il XIX e il XX. Nell’Apocalisse descritta dall’apostolo Giovanni un cavallo nero, insieme alla pestilenza, alla guerra e alla morte, portava la fine del mondo. Durante le Rogazioni – processioni primaverili che nel rito cattolico servivano a proteggere le seminagioni – il sacerdote benediva i campi con la croce, recitando: «A folgore et tempestate, a peste, fame et bello» mentre i fedeli rispondevano: «Libera nos Domine».
Nelle immagini dell’Apocalisse e nel rito delle Rogazioni c’è tutto il dramma storico delle carestie del passato, anche se tra le loro cause si dovrebbe aggiungere – secondo quanto ha scritto recentemente uno storico dell’economia Cornac Ó Grada (Storia delle carestie, Il Mulino, Bologna 2011) – anche la cattiva politica. Parente stretta della guerra, essa ha infatti contribuito a causare le carestie, come è accaduto nel passato remoto, in secoli più recenti e come può accadere ancora oggi. Ce lo conferma la terribile carestia che dopo venti anni di guerra e di lotte intestine, complice anche una terribile siccità di due anni, ha investito la Somalia, provocando centinaia e centinaia di migliaia di morti ed un esodo biblico di milioni di persone. Secondo le stime dell’ONU, 3,7 milioni di esseri umani rischiano la vita per fame. Per la scarsità della pioggia, un’area geografica grande come la Francia si è desertificata. In effetti la siccità ha colpito l’Etiopia, l’Eritrea, il Kenia e l’Uganda, ma in nessun paese gli effetti sono stati così disastrosi come in Somalia. La grande differenza fra la Somalia e il resto dell’Africa orientale è rappresentata dalla guerra e dall’anarchia politica. Tanto è vero che in Etiopia, pure investita dalla siccità, non si sono ripetuti gli effetti della carestia del 1984, che causò la morte di un milione di persone. Invece in Somalia, dalla caduta di Siad Barre – il dittatore appoggiato dall’Unione Sovietica e costretto a lasciare il potere nel 1991 – ebbe inizio una guerra civile che si aggravò in seguito all’ingresso del fondamentalismo islamico e dello sviluppo lungo le coste della pirateria, che ha bloccato gran parte degli scambi commerciali e persino il flusso degli aiuti internazionali. Del resto, dal 1993 – anno in cui diciotto soldati americani perirono nel tentativo di prestare soccorso ad una missione impegnata a distribuire aiuti umanitari alle vittime di una precedente carestia – nessuno osa più intervenire, almeno direttamente, in Somalia. Inoltre, da quando Al-Shabab, la locale organizzazione islamica radicale, si alleò con Al Queda, persino gli aiuti internazionali sono stati oggetto di cattura e taglieggiamento, al punto che gli USA accusarono le organizzazioni di soccorso di favoreggiamento dei ribelli. Da parte sua, Al Shabab arrivò nel 2010 ad espellere gli operatori umanitari del World Food Program perché l’organizzazione – la più grande al mondo – agiva su mandato americano. Da allora in poi, nelle regioni del Sud della Somalia controllate da Al-Shabab, non sono più giunti aiuti consistenti. Infine, gli sconvolgimenti politici prodotti dalla «primavera araba» nel 2011, hanno indebolito gli aiuti in cibo e armi alle organizzazioni islamiche combattenti contro l’attuale presidente della Somalia Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, impegnato – con pochi mezzi e poco successo – a cercare un governo di transizione per arginare il disastro della carestia. Solo alcune comunità locali a base tribale si stanno alleando per disarmare i ribelli settari e porre fine al genocidio per fame e per sete che sta decimando le popolazioni somale.
Al confine con il Kenia e l’Etiopia, dove ancora giungono gli aiuti internazionali, non si riesce invece a fronteggiare l’arrivo di centinaia di migliaia di profughi stremati dalla fame, dalla sete e dalle malattie. Questa tragedia dimostra come proprio la cattiva politica possa rendere ancor più gravi e catastrofiche le carestie, ma dimostra anche che i contributi e gli interventi internazionali possono avere successo solo se fondati sulla partecipazione della comunità locali.

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  • Posted on martedì, settembre 20th, 2011
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