La retorica della crisi

A proposito della crisi del ’29 e delle sue ripercussioni in Europa e in Italia, Carlo Rosselli, il teorico di Socialismo liberale nonché economista eretico come amava definirsi, scrisse parole di straordinaria saggezza.

«Ho l’impressione – scrisse nel 1932- che nelle nostre fila (quelle dell’antifascismo) si tenda nuovamente ad oltrepassare il segno nelle previsioni e con troppa facilità si parli di catastrofe imminente, alimentando nuove forme di miracolismo e di illusione… Nulla è più pestifero di quel continuo vedersi alla vigilia del crollo e… della successione». Poi aggiungeva: «A che cosa sono dovuti questi frequenti errori di valutazione della gravità e conseguenze della crisi? discendono da due errori, economico l’uno, psicologico politico, l’altro» (p.55 dagli Scritti economici sul fascismo). Il primo errore, secondo Rosselli, era quello di generalizzare cause ed effetti della crisi, senza tener conto delle specifiche situazioni dell’economia domestica, fra epicentro e periferia della crisi.

Il secondo, per i mio tema, assai più decisivo, consisteva secondo Rosselli, nel giudicare la crisi “su un piano strettamente economico». «La crisi, specie quando se ne vogliono valutare le possibili conseguenze politiche (e sociali), va considerata più nei suoi aspetti psicologici che non nei suoi aspetti economici». «Sul piano strettamente economico – concludeva con straordinaria lucidità Rosselli – nessuna crisi fu mai, sinora, catastrofica. La riduzione del livello medio di vita del venti per cento o del tre per cento, che si verifica nell’acme della crisi, non è la catastrofe. La catastrofe viene per effetto delle reazioni psicologiche, di un pessimismo galoppante che prolunga sino alle estreme conseguenze situazioni transitorie».

Il problema, quindi, secondo Rosselli, era per ogni sistema politico quello di «ridurre, deviare, contenere, annullare le ripercussioni psicologiche delle crisi». Questo nel regime fascista si poteva fare attraverso due «strumenti fondamentali»: la stampa e il controllo politico. Nella democrazia il problema era lo stesso, salvo le maggiori difficoltà ad orientare la stampa e ad esercitare il controllo politico nella società.

Da qui nasce il problema che riguarda lo specifico tema della retorica della crisi, così ben individuato da Rosselli nei due campi di intervento: quello mediatico e quello politico. Queste sono ancora oggi le componenti extra economiche della crisi e cioè quelle che incidono direttamente ed indirettamente sullo svolgimento e nelle conseguenze, anche economiche e sociali della crisi. La cosa ancora più interessante consiste nel fatto che le retoriche della crisi si esercitano, oggi, anche sul piano dei raffronti e sul piano delle analogie. Specialmente in relazione alla crisi del ’29 e a quella attuale.

1. Le due o tre retoriche della crisi.

Ieri, come oggi, si sono scontrate due retoriche della crisi. Schematizzando si può parlare di una retorica del crollo del sistema, cara ai marxisti ortodossi, sempre pronti a leggere i segni del tracollo del capitalismo per aprire la strada all’avvento di un nuovo ordine economico e sociale, e quella, a sua volta più articolata, che potremmo chiamare dei Keynesiani o neo Keynesiani che ritengono di poter controllare la crisi con ricette di deficit spending. C’è, infine, una retorica di terzo tipo che potremmo chiamare neoliberista, che vede la crisi come una tragica ma salutare esperienza per selezionare le imprese che potranno affrontare il mercato e persino gli interventi pubblici che potranno agevolare con nuove regole e nuovi attori, la ripresa dell’economia. Sulla base di queste tre retoriche si organizzano le strategie comunicative: il pessimismo e l’ottimismo, la prudenza e l’audacia, insomma il terreno aspecifico della politica e dell’universo mediatico.

Nei sistemi democratici in generale, le crisi economiche, possono avere effetti politici vari: possono far cadere, ma anche avvantaggiare i governi, possono favorire le destre o le sinistre, ma senza regole meccaniche, perché, appunto, variano da paese a paese e da chi si trova a gestire la crisi in posizione di governo oppure all’opposizione. Per questo le strategie comunicative sono varie e a volte sul piano strettamente politico assai poco coerenti rispetto agli schematismi della teoria secondo la quale ‘le destre servono a creare ricchezza e le sinistre a distribuirla. La crisi insomma può produrre situazioni inedite e anacronistiche. Per cui Obama propugna con ottimismo di sinistra o Berlusconi un ottimismo di destra, secondo, appunto, schemi e teoremi che invece la crisi nei suoi specifici addetti e nei suoi specifici contesti può scompaginare e addirittura invertire.

in verità, grande parte della partita politica si gioca proprio sul piano delle strategie comunicative e della diversa dinamica della percezione.

2. La trappola delle analogie

Le analogie rappresentano un topos ricorrente nella retorica della crisi, un modo efficace e sbrigativo per comunicare con il pubblico ed evocare la storia come luogo dei corsi e ricorsi. Per questo l’analogia fra la crisi odierna e quella del ’29 è ricorrente nei media, spesso con l’avallo di illustri studiosi ed economisti. Proprio nella retorica dell’analogia si è giocata la polemica fra lo storico ed esperto di storia economica Niall Ferguson e il premio Nobel (2008) Paul Krugman, l’economista dell’Università di Princeton. Nell’aprile di quest’anno i due si sfidarono in una tavole rotonda sulla crisi finanziaria alla New York University. In quell’occasione Ferguson sostenne che il deficit americano del 2009 sarebbe stato superiore al 12% del Pil,  e quindi avrebbe comportato l’emissione di grandi quantità di buoni del tesoro nuovi di zecca, tanto da portare al rialzo dei tassi a lungo termine, proprio mentre la Federal Reserve cercava di tenerli fermi. In sostanza Ferguson prevedeva un doloroso braccio di ferro tra politica monetaria e politica fiscale «non appena i mercati si fossero accorti di quanti buoni del tesoro avrebbero dovuto essere assorbiti dal sistema finanziario» (Il Sole 24 ore, 31 maggio 2009).

Krugman, sostenitore dell’analogia con la crisi del ’29, accusò Ferguson di essere «rimasto ai secoli bui dell’economia». Per Krugman, Ferguson era rimasto indietro e non aveva letto né la Teoria generale di Keynes, né il Manuale di macroeconomia dello stesso Krugman.

In maniera un po’ audace Krugman parlava di forte propensione al risparmio rispetto agli investimenti. Proprio a causa di questa «saturazione globale del risparmio» non c’era da prevedere «alcuna pressione verso l’alto dei tassi d’interesse». Malignamente Ferguson ricordava che Krugman nel suo The return of Depression Economics, presentava la crisi attuale come una ripetizione di quella degli anni Trenta, ma l’analogia serviva più a far reclame al suo libro che a rappresentare la realtà. In effetti pochi pochi mesi dopo quella tavola rotonda il rendimento dei T-bon decennali del tesoro americano, considerato come indice di riferimento per i tassi a lungo termine, superava il 3,73%. Alla fine del 2008 era al 2, 06%. Un salto in più dell’81% in pochi mesi.

Ferguson a quel punto non ha più mollato la presa dicendo che «se un cane può guardare un re, uno storico può qualche volta sfidare un economista».

Così lo storico ha cominciato a demolire l’analogia di Krugman.

Ferguson ha ricordato che il Fondo Monetario Internazionale ha previsto per il 2009 un calo del 2,8% del Pil americano e poi la stagnazione nel 2010. Invece, agli inizi degli anni Trenta, il prodotto reale americano calò del 30% e la disoccupazione salì a livelli nemmeno paragonabili a quelli attuali, anche se le più nere previsione si stanno avverando. Obama aveva previsto il 9% e invece si è raggiunto oltre il 10%, tanto che Krugman ha dichiarato che bisognerebbe alzare ad oltre 1000 miliardi di dollari gli interventi dello Stato.

Insomma per Ferguson la Grande depressione fu un’altra cosa. Al presidente della Fed, Ben Bernanke, massimo esperto della crisi bancaria degli anni Trenta, va il merito, secondo Ferguson, di aver fermato la pandemia di bancarotte fra gli istituti di credito con una ricetta combinata di tassi a breve termine prossimi a zero e di espansione quantitativa della Fed: cioè un piano di stimolo da 787 milioni di dollari.

Così, secondo Ferguson,  la Fed si indebiterà per 1.840 miliardi di dollari, raggiungendo un deficit pari al 13% del Pil americano: un deficit mai raggiunto dai tempi della seconda guerra mondiale. A lungo termine (2017) si prevede un debito nazionale lordo superiore al 100% del Pil. (Faccio notare en passant che quello italiano raggiungerà presto il 116%, roba da far paura).

Il rischio è che molti acquirenti del debito pubblico americano, compresa la  Cina   che detiene lo stock più alto, comincino a nutrire timori sulla solvibilità dello stato americano. C’è poi il rischio che l’espansione monetaria possa portare, come negli anni Settanta, alla ripresa dell’inflazione. Senza un politica di interventi strutturali per ridurre il deficit americano, c’è il rischio di una ulteriore spinta al rialzo dei tassi d’interesse, a «dispetto della saturazione dei risparmi globali». Con ironia tagliente, Ferguson ha ricordato che lo stesso Keynes aveva sottolineato che «persino il più realistico degli uomini d’affari è figlio di qualche economista defunto». «Oggi – ha concluso Ferguson con un colpo durissimo a Krugman – l’economista defunto è Keynes e gli schiavi delle sue idee sono i professori di economia, non gli uomini pratici». Il decorrere della crisi sembra dare ragione allo storico che, pure, anche lui, non può fare a meno dell’analogia, magari con la crisi del 1973-1975 e non con quella del ’29.

3. La retorica del fascismo e quella del socialismo

Siccome la crisi sembra colpire il cuore del sistema capitalistico ed in particolare i ceti medi, pilastri della democrazia, l’impoverimento di questi ultimi può produrre un rischio di destabilizzazione dei sistemi democratici, come avvenne tra le due guerre. Questa retorica del rapporto fra ceti medi e democrazia viene riproposta con la crisi attuale attraverso l’evocazione del rischio del fascismo o del rischio, che per alcuni è auspicio, del socialismo, fino a vedere il socialismo persino in Obama. Come è noto negli anni Trenta gli esiti della crisi furono, dal punto di vista politico, ben diversi sulle due sponde dell’Atlantico, ma i sostenitori dell’analogia sembrano ignorarlo. Negli USA, infatti, le ripercussioni della crisi non produssero affatto una crisi del regime politico, ma anzi favorirono e rivitalizzarono il ricambio democratico e il varo di politiche di Welfare. Mentre non tutte le democrazie del vecchio continente sfociarono nei regimi fascisti, anche se queste, pur in tempi  e modalità diverse, si affermarono in Italia e Germania per cause non del tutto legate alla crisi del ’29, ma semmai alla crisi della guerra e del dopoguerra.

4. La retorica dell’uscita dalla crisi

Scrutando il cielo alcuni vedono i primi segni di ripresa dell’economia e si infittiscono le previsioni di fuoriuscita dalla crisi.

La Commissione europea ha diffuso in questi giorni (3 novembre 2009) alcuni dati sui paesi membri dell’Unione che riflettono un miglioramento di prospettive. Una riduzione del Pil europeo al 4% e una crescita dello 0,7%, destinata a rafforzarsi nel 2010. La disoccupazione in crescita al 9,5%, con l’Italia che cresce meno ma che presenta un tasso di disoccupazione al 7,8%, inferiore a molti paesi dell’Unione. Alcuni dei quali, per uscire dalla crisi, abbassano la pressione fiscale, mentre altri per timore dell’esplosione del debito pubblico, indugiano sul da farsi.

Negli Stati Uniti la situazione è ancora nera, ma si vedono segni di ripresa con l’aumento dello 0,9% degli ordini nel settore industriale fra agosto e settembre. Tuttavia la crisi di fiducia non è ancora superata. L’area del Pacifico sembra in netta ripresa e così Eurogruppo e USA sembrano intenzionati a mantenere i tassi ancora bassi per evitare contraccolpi al debito pubblico per via, come previsto da Ferguson, della tendenza al rialzo dei tassi di interesse. Sicché in ogni paese si mettono in campo retoriche contraddittorie ed incerte.

La recessione sembrerebbe più breve di quella del ’29, ma gli estesi interventi statali nell’industria e nella finanza rischiano di creare forti distorsioni nell’economia reale e in quella degli intermediari finanziari. A condizionare negativamente la ripresa ci sono dunque molti fattori di debolezza. Per molti economisti neoliberisti questi fattori sono simili a quelli che, dopo la crisi del ’29, causarono una fase prolungata di semi-stagnazione. E qui bisognerebbe parlare della retorica delle previsioni.

Un giovane membro del governo Obama, direttore del bilancio USA, Peter Ornay, un ragazzo prodigio cresciuto a Princeton e alla London School of Economics, ha dichiarato davanti agli studenti della New York University, che si è evitato il disastro ma che ci vorranno molti, molti anni per recuperare ciò che si è perso in termini di occupazione e di valore degli stipendi. Nell’universo delle immagini e delle parole di cui si serve la retorica, un fatto certo è che le crisi vengono sempre a gravare sui soggetti dell’economia reale: le imprese e i lavoratori, nel caso attuale, i giovani che dovranno temprarsi nei rigori della crisi per farsi avanti e reagire. Forse sta qui uno dei segreti della storia, e cioè l’energia vitale che supera quasi sempre la “magia delle parole” e le teorie degli economisti.

Per fortuna io sono uno storico, per di più meno esperto di economia di Ferguson, e non sono un filosofo-giurista, per cui mi fermo qui, sicuro di poter assistere ancora a profezie più o meno ambigue, simili a quelle degli aruspici al tempo degli antichi Romani. Chi vivrà, vedrà.

5. La retorica dell’etica

Prima di chiudere, non posso non fare almeno un accenno alla retorica dell’etica, che accompagna sempre le crisi. Uno dei campioni dell’etica è George Soros, grande e famoso finanziere di origine ungherese, filantropo e attivista sociale. Egli lancia una provocazione penetrante: data per assodata la dicotomia tra sfera pubblica e sfera economica, la prima legata all’interesse generale e la seconda al profitto personale, l’etica dovrebbe ritornare nel campo della politica o, meglio, dei politici, spesso corrotti proprio da quegli interessi economici che, invece, dovrebbero essere regolati e tenuti a freno dalla politica. L’ultimo libro di Soros si intitola Capitalism versus Open Society. Capitalismo e società aperta sarebbero, a suo giudizio, non convergenti bensì conflittuali.

In un periodo di crisi delle ideologie, l’etica diventa una panacea, una foglia di fico da piazzare su ogni miseria umana.

L’etica andrebbe in effetti maneggiata con cura, ma non è così in tempo di crisi. Tutti parlano di interazione tra etica ed economia, e in generale si sostiene che l’etica dovrebbe mitigare le conseguenze delle inesorabili leggi del mercato. I fondamentalisti del mercato, i famigerati mercatisti di cui parla anche il ministro Tremonti, sostengono che le leggi del mercato si potrebbero estendere anche alla politica per recuperare efficienza.

Naturalmente la retorica dominante in tempo di crisi mira invece a riaffermare il primato etico della politica sul mercato. Da qui il problema delle regole e la pretesa di affermare la priorità delle regole sulla libertà e sull’efficienza del mercato. A nessuno viene in mente che la dicotomia tra sfera pubblica e sfera economica non comporta la sottomissione della seconda alla prima e non cancella affatto la responsabilità dell’etica in economia. In buona sostanza ci dovrebbe essere un’etica della responsabilità nella politica o, meglio, nei politici, ma anche un’etica della responsabilità individuale in economia. Lo dimostra il fatto che nelle crisi le responsabilità dei politici non sono minori di quelle dei capitalisti, specialmente dei finanzieri come lo stesso Soros. (Il caso Rossi in Italia).

Purtroppo per noi tutti avanzano impavidi gli specialisti delle regole dettate dall’etica, e cioè i giuristi, che hanno sempre sognato lo Stato etico, che è il contrario della società aperta.

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  • Posted on martedì, luglio 13th, 2010
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