Comunicazione, potere e società

1. Media e politica nell’era di Internet

Il sociologo spagnolo Manuel Castells, che è uno dei maggiori studiosi delle conseguenze indotte dalle tecnologie digitali nella società contemporanea, ha pubblicato un volume che è una sorta di trattato sul tema comunicazione e potere (Cfr., M. Castells, Comunicazione e potere, Università Bocconi Ed., Milano, 2010).
Com’è noto il potere influisce sulla volontà dei dominati in maniera tale che questi tendono ad uniformare il loro comportamento al volere del dominante. Il potere, inoltre, ha bisogno della forza, ma anche del consenso dei subalterni. Per questo il problema del potere è quello di influenzare la mente e il cuore dei sottoposti. Nei regimi assoluti e nei sistemi totalitari del Novecento questo è stato relativamente facile, perché quei regimi avevano il pieno controllo del potere, concentrato in un solo uomo e in un solo partito, e dei mezzi di comunicazione di massa, che in alcuni casi, come nel comunismo, appartenevano direttamente al partito unico. In più disponevano di una potente agaenzia di formazione come la scuola e, naturalmente, degli apparati di controllo. Naturalmente ancora oggi esistono regimi politici in Cina, a Cuba, nella Corea del Nord, eredi di quei regimi totalitari e quindi in grado di esercitare ancora oggi un controllo «dei cuori e della mente». In molti paesi islamici, a partire dall’Iran, che si configura come un vero e proprio stato teocratico, il problema del controllo della società è pressoché totale essendo che l’islam è religione totale, quindi anche diritto, e non esiste spazio per una qualche separazione delle sfere fra regime politico e religione. Se in tutti questi paesi il problema del rapporto fra dominanti e dominati è ancora così netto e nemmeno la rete Internet riesce a eludere il pieno controllo, anche se produce nuove e a volte importanti problematiche sia per la difficoltà del controllo, sia per la facilità con cui si può attraverso la rete o i cellulari inviare messaggi e notizie rompendo i confini nazionali. Diverso, molto diverso, è il problema del potere, dei dominanti e di dominati nelle società aperte di tipo liberaldemocratico. Così come ancora diverso è in molti paesi che si definiscono democratici ma che non hanno adottato tutti i principi e i valori del metodo liberale, compresa la libertà di stampa.
Nelle società liberal-democratiche, nelle società aperte descritte dal filosofo Karl Popper, non esiste solo il potere dei «dominanti», ma anche quello dei «dominati» e cioè il potere del pubblico (Cfr. G. Losito, Il potere del pubblico. La fruizione di comunicazione di massa, Carocci, Roma, 2002) che, se non altro, può scegliere fra più programmi, fra vari giornali, fra diverse emittenti radio-televisive e ancora può navigare nella rete in libertà e creare le sue tribù digitali ecc…
Semmai il vero grande problema delle democrazie mature è che sono state permeate dai media ed il potere democratico è in balia di un consenso sempre più effimero e di una legittimità messa in discussione ogni secondo. Si dice, e lo dice lo stesso Castells, che i protagonisti della democrazia, partiti, parlamenti, governi, leaders politici ecc., cedono il passo agli impresari dello show politico quotidiano e alle ondate di simpatia e antipatia, di consenso o di dissenso che si formano, si fanno e si disfanno nell’arco di un attimo. Castells parla di «società informazionale», nella quale i detentori del potere sono spinti ancor più a «plasmare» la mente dei cittadini, orientare i loro pensieri e le loro pulsioni. Per farlo devono sempre più utilizzare tutti i mezzi che agiscono nella sfera della comunicazione che, per questo, diventa sempre più ambita e contesa. Nella lotta politica i vari soggetti per «vincere» devono disporre di ingenti risorse e di apparati non solo di partito, ma privati, cioè staff in grado di orientare e pianificare la comunicazione politica e l’immagine del leader. La personalità e l’immagine dei candidati diventano più importanti dei programmi e dei partiti che li sostengono. La personalizzazione della politica fa si che la politica, anzi il politico diventi «messaggio». La battaglia politica si riduce ad una lotta fra persone, fra leaders, condotta quasi per intero sul ring mediatico. Si tratta di una lotta senza quartiere che procede più sul terreno della contrapposizione fra persone che non fra programmi ed idee. Per questo si cerca di concentrare la lotta sul piano della denigrazione dell’avversario, che diventa un nemico da annientare con qualsiasi mezzo, colpendo anche la sfera morale cercando con ogni mezzo di devastarne l’immagine e la credibilità.
«Trionfa – come ha scritto Carlo Formenti (Quando comunicare diventa manipolare, in «Corriere della Sera», 26 gennaio 2010, p.39.) – la politica degli scandali, perché, visto che le immagini negative sono più efficaci per colpire la mente del pubblico, l’obiettivo primario è denigrare l’avversario più che contrastarne le idee». Nel «teatrino della politica» bisogna attirare l’attenzione dell’opinione pubblica che non ha più fiducia nella politica e si nutre dell’antipolitica, come dimostra il caso di Beppe Grillo il cui blog, in termini di traffico e links, è il numero uno nella classifica dei primi 100 blog italiani.
In realtà, dopo Tangentopoli, in Italia l’antipolitica è diventata la vera se non unica cifra della politica e popola tutto l’universo dei media ed in particolare la rete con i «social networks». «Da queste tendenze – scrive Formenti – derivano paradossi a catena: lo scandalismo riduce ulteriormente la già scarsa fiducia dei cittadini nel sistema politico; il disprezzo dei cittadini per i politici premia i leaders populisti che si presentano come «uomini comuni», ma per apparire «gente come noi», costoro devono essere provetti professionisti del teatro politico». (Ivi, p.39)
Per questo il «populismo» con tutto il corollario di retorica demagogica diventa una delle cifre fondamentali della politica contemporanea insieme al «leaderismo» e alla lotta per il controllo dei media. Se i vecchi protagonisti della politica erano gli Stati-nazione, i partiti, le associazioni, i sindacati, ora i veri protagonisti sono i leader e i media, essenziali per comunicare alle masse. In questo senso gli impresari o i detentori della proprietà dei media diventano fondamentali, ma nello stesso tempo diventa essenziale anche l’allargamento e la pluralità dei media stessi. Tuttavia l’idea dei social media come contestatori del sistema si è dimostrata subito un’idea ingenua. La comunicazione in rete può diventare un fattore vitale della democrazia, superando i confini e i limiti dei vecchi strumenti di comunicazione di massa e generando forme nuove di partecipazione e di dibattito, ma affidare le sorti della democrazia alla rete come strumento di mobilitazione dal basso rappresenta un rischio non indifferente perché non produce una nuova politica, né una nuova classe politica, ma alimenta le ondate di «antipolitica» e il «populismo» più volgare. L’enorme quantità di messaggi che i nuovi media ci forniscono rischiano il cortocircuito e l’inebetimento se mancano gli strumenti e le possibilità di verifica, compresi spazi di dibattito più aperti e non riservati alle singole tribù di coloro che popolano i «social networks».
Per questo si potrebbe pensare che la «politica» che avanza nella rete non sia altro che lo specchio della politica populistica alimentata dagli stessi leaders che si combattono per il consenso nell’opinione pubblica. In sostanza si tratta di due facce della stessa medaglia.

2. La guerra nella guerra: conflitti mediatici asimmetrici

Gli storici conoscono da sempre l’esistenza di fronti, esterni ed interni, nelle guerre contemporanee, così come è ben noto il ruolo della propaganda di guerra, che agisce all’interno degli schieramenti in conflitto, ma anche all’esterno, per colpire lo spirito di lotta dei combattenti o delle popolazioni nemiche. Tanto è vero che persino nei paesi democratici coinvolti nei conflitti del ‘900 sono state prese delle misure di controllo dei mezzi di comuniczione, e spesso si è arrivati a vere e proprie misure di censura.
In effetti il ruolo dei mass media nei conflitti ha attirato da tempo l’attenzione degli storici, ma si è riflettuto di meno, nonostante alcuni importanti contributi, sul ruolo assolutamente crescente dei media più attuali come la televisione ed Internet, non tanto come strumenti di informazione nella guerra, ma «come armi della guerra e nella guerra», così come ha scritto Angelo Panebianco (I media come arma, in «Corriere della Sera», 18 gennaio 2009). I moderni mass media, così come la rete, sono in grado d influire potentemente sulle opinioni pubbliche delle parti in conflitto, anche se in modalità diverse a seconda dei “campi mediatici” che caratterizzano le parti in lotta. Non esiste solo la possibilità, ampiamente nota, di condizionare le opinioni pubbliche che determinano la tenuta del “fronte interno”, o quella di tenere alto, oppure deprimere, lo spirito dei soldati al fronte. Oramai è sempre più visibile sia l’esistenza di vere e proprie strategie di propaganda e di comunicazione, sia la formazione di campi comunicativi diversi, governati da logiche aperte o da logiche chiuse, e tali da generare un conflitto mediatico che potremmo definire asimmetrico, del tipo di quello che si ebbe durante la guerra fredda.
In realtà, nel Novecento si è assistito a vari conflitti ad altà intensità ideologica. Conflitti nei quali il ruolo dei mezzi di informazione è andato ben al di là delle tradizionali forme di propaganda di guerra, giungendo fino a determinare l’orientamento non solo dell’opinione pubblica dei paesi direttamente coinvolti, ma anche, a livello internazionale, di quella dei paesi democratici non direttamente coinvolti nel conflitto. Generalmente le guerre del ‘900 hanno visto protagonisti stati democratici e stati autoritari, oppure totalitari, ma ci sono stati anche conflitti, come la seconda guerra mondiale, che hanno presentato fasi diverse. In quest’ultimo caso, ad esempio, nel periodo compreso tra il 1939 e il 1941, gli stati totalitari erano collegati da alleanze e patti reciproci contro le democrazie, mentre nella fase successiva all’attacco di Hitler all’Urss, cioè negli anni compresi tra il 1941 e il 1945, si configurò uno schieramento che vedeva alleate le maggiori potenze democratiche con la stessa Unione Sovietica, la quale considerava proprio quelle “democrazie capitalistiche” ideologicamente nemiche del sistema a partito unico e della società ad economia centralizzata. Ancora più complesse sono state le strategie e i campi comunicativi con l’avvento della guerra asimmetrica per eccellenza, ovvero quella riconducibile alle diverse forme di terrorismo contemporaneo, che è essenzialmente diverso dalla “pedagogia del gesto” tipica del terrorismo anarchico ottocentesco.
Le questioni della guerra asimmetrica fra Stati che obbediscono alle regole internazionali e sono sottoposti all’occhio delle televisioni e della stampa, e terroristi che non rispettano alcuna regola, diventano ancora più complicate, poiché quest’ultimi usano l’informazione come un’«arma della guerra». Essi possono addirittura arrivare ad usare le vittime innocenti, o le falsità e le manipolazioni più sofisticate, pur di presentare l’avversario come il vero mostro o il vero terrorista.
Insomma, così come esiste una guerra asimmetrica sul piano militare, esistono guerre altrettanto asimmetriche sul piano mediatico. Già durante la guerra del Vietnam si comprese che gli Stati Uniti avrebbero perso quel conflitto non tanto sul terreno militare quanto nelle case americane, dove le televisioni portarono le immagini più terribili della guerra e delle vittime dei bombardamenti statunitensi. In buona sostanza, era evidente che il “fronte interno” non avrebbe retto all’impatto mediatico della guerra e delle sue tragedie, che entravano direttamente nella vita quotidiana degli americani. Niente del genere avveniva nel fronte interno vietnamita, dominato dalla compattezza dell’apparato ideologico del partito-Stato e dall’unione sacra contro l’imperialista americano e i “servi” governanti del Vietnam del Sud. Il movimento contro la guerra sviluppatosi nei paesi occidentali era infatti una realtà legata alle democrazie pluraliste, non alla dittatura. «Da allora – scrive sempre Angelo Panebianco – nessun governo o gruppo armato impegnato in una guerra ha più dimenticato che le immagini televisive e i commenti che le accompagnano sono parte integrante, non accessoria, dei conflitti, e dei conflitti asimmetrici soprattutto: è da essi che dipende lo spostamento, a favore di uno dei belligeranti, dell’orientamento delle opinioni pubbliche delle democrazie occidentali. E poiché nelle democrazie i governi devono tener conto delle opinioni pubbliche, lo spostamento di queste ultime da una parte o dall’altra non è senza effetti internazionali: spinge o può spingere i governi delle democrazie ad esercitare pressioni diplomatiche a favore del belligerante che ha conquistato il sostegno dell’opinione pubblica».
Uno scrittore come Ian Buruma ha detto cose illuminanti a proposito della “guerra di Gaza” del 2009 fra Israele e Hamas: «C’è una guerra mediatica in corso, con ambedue le parti che cercano di manipolare l’opinione pubblica mondiale. Hamas fa di tutto per presentare Israele come una banda di criminali di guerra; gli islamisti di Gaza sono talmente determinati in questo da non esitare a sacrificare i civili, bambini compresi, esponendoli ai pericoli nella speranza di accaparrarsi le simpatie degli spettatori» (I bimbi nella trappola della guerra, in «Corriere della Sera», 18 gennaio 2009, p. 3). Si potrebbe affermare che quelle che erano le tecniche della guerra partigiana sono passate dal piano delle imboscate e delle provocazioni a quello delle tecniche e delle strategie mediatiche. Spesso i civili, come i bambini, sono le vittime predestinate da una regia priva di scrupoli ma attenta alle conseguenze mediatiche dei propri atti. Ad una guerra di questo tipo dovremo abituarci, ma è facile comprendere come nei conflitti asimmetrici gli Stati democratici si trovino molto spesso in gravi difficoltà. Quando una democrazia pluralista usa la forza contro una “società chiusa”, o contro un avversario che, sebbene apparentemente più debole, non rispetta alcuna regola, essa parte in sicuro svantaggio. Inoltre i pacifisti, o i difensori dei diritti umani nei paesi democratici, non si mobilitano mai contro i crimini dei paesi non democratici. Infine, la tendenza dei mezzi di comunicazione è quella di allinearsi sulle posizioni più facili, mentre in generale la realtà dei conflitti contemporanei è tragicamente più complessa, anche perché attraversata da strategie comunicative che non rispettano le più elementari verità. La disinformazione, le contraffazioni, le manipolazioni sono pertanto sempre in campo. Non solo i soggetti politici e statuali in conflitto possono eludere e distorcere i fatti, ma persino i soggetti che operano nella comunicazione indipendente, dai giornalisti ai giornali, fino alle grandi agenzie di stampa possono farlo. Non è la prima volta che una grande agenzia come la Reuters prova ad alterare o ad occultare la realtà, specie con l’uso delle immagini. Dato che tutto è merce, comprese le notizie e le foto, sembra che la stessa Reuters miri a guadagnare di più vendendo la “verità” che il mercato richiede. Così, dal momento della strage dei “pacifisti” turchi sulla nave Marmara, fermata con un’azione maldestra dall’esercito israeliano, nel mondo si è scatenata la guerra mediatica che regolarmente precede, accompagna e segue qualsiasi cosa riguardi Israele, Uno stato democratico, l’unico nella regione, che lotta per la sua esistenza, ma che oramai soffre di un vero e proprio complesso di accerchiamento, che è un cattivo consigliere nella politica come nella comunicazione.
Così succede che Israele non goda di molta simpatia non solo nel mondo islamico, ma anche in Occidente. Così, un blogger indipendente, «Little Green Footballs», e poi due giornali israeliani, «Haaretz» e «Yediot Ahronot», hanno accusato la Reuters di aver “ritoccato” delle immagini alterando radicalmente la realtà: i “pacifisti” erano armati non solo di armi, per quanto rudimentali, ma anche di intenzioni non pacifiche, mentre l’agenzia di stampa londinese avrebbe “tagliato e ritoccato” alcune immagini degli scontri sulla nave Marmara, cancellando i particolari cruciali dei coltelli e anche del sangue dei soldati israeliani, che spiegherebbero la reazione violenta che ha provocato i morti. Gli stessi scatti della Reuters sono stati pubblicati dal quotidiano turco «Hurryet», ma in quegli scatti, diversamente da quelli diffusi dalla storica agenzia, si vede un soldato israeliano circondato dai “pacifisti”, uno dei quali brandisce un coltello evidentemente utilizzato, come dimostra la pozza di sangue visibile nella foto. La Reuters si è affrettata a giustificarsi, non risultando tuttavia molto convincente, anche perché in altri casi essa ha utilizzato metodi simili. Nel 2006 infatti, durante l’offensiva israeliana nel Sud del Libano, un fotografo free lance aggiunse fumo nero alle immagini dei bombardamenti israeliani allo scopo di drammatizzare le immagini stesse. Il fotografo, in quel caso, fu licenziato, ma ci sarebbero altri casi da analizzare, come ad esempio quello del G8 di Genova, quando la Reuters giocò ancora una volta a restringere il campo, con l’effetto di occultare la violenza dei dimostranti “pacifisti”.
Per fortuna la rete può servire anche a svelare aspetti della realtà che altrimenti, forse, rimarrebbero ignoti.

3. L’universo mediatico contemporaneo e la fine della verità

In un recente volume intitolato L’ultima notizia. Dalla crisi degli imperi di casta al paradosso dell’era di vetro (Milano, Rizzoli 2010), gli autori Massimo Gaggi e Marco Bardazzi hanno affrontato con chiarezza e ampiezza di visione la rivoluzione che ha investito in pochissimi anni l’universo mediatico, passando dall’era della stampa, la rivoluzione di Gutenberg, alle attuali piattaforme digitali. “Questa mutazione – ha scritto Aldo Grasso, recensendo il volume sul «Corriere della sera» (17 febbraio 2010) – ha un nome e si chiama convergenza. Convergenza significa che il futuro della comunicazione è qualcosa che va ben oltre la vecchia teoria secondo cui in una società la struttura mentale delle persone e la cultura sono influenzate dal mezzo di comunicazione egemone, il famoso slogan di McLuhan “il medium è il messaggio”.
L’osservazione di Aldo Grasso è, come al solito, molto acuta ed apre scenari dalle conseguenze profonde e imprevedibili. Una di queste conseguenze riguarda la definitiva rottura del rapporto fra reale e virtuale, che è gravida di conseguenze al punto che un letterato-filosofo come Raffaele La Capria ha potuto parlare di fine della verità e di negazione dell’evidenza (La fine della verità e il complotto, in «Corriere della sera», 17 febbraio 2010). L’altra conseguenza rilevante sta nel fatto che la rete appiattisce ogni notizia, ogni interpretazione in un indistinto brusio egualitario, dove ogni cosa si confonde e si fonde in un continuum senza logica e senza controllo. Più che di libertà si potrebbe parlare di caos. L’immensa quantità di notizie e di interpretazioni che il Web e i media contemporanei ci offrono può arricchire la nostra mente, ma, se non si hanno gli strumenti per capire le connessioni o per decodificare i messaggi, può anche inebetire la mente o farla sprofondare in un universo privo di logica e di senso
In effetti la rapidità e la profondità del radicale cambiamento dello scenario mediatico non ha trovato riscontro nella formazione di una coscienza diffusa e in una capacità di uso e controllo critico. Non si è ancora creata una cultura dei media diffusa. Né la scuola, né le famiglie hanno preparato le giovani generazioni, i digital native, che sono cresciute con le tecnologie digitali, computer, smartphone, iPod, tablet ecc., ma senza la capacità per dominare e controllare culturalmente la molteplicità dei contenuti dei messaggi e stabilire connessioni logiche, non solo orizzontali, ma anche verticali. Un gioco, quindi di rimandi e di risposte, di interattività intensa, ma dispersivo e tribale. Un gioco che, per alcuni psicologi, risulterebbe pericoloso per lo sviluppo mentale dei bambini. La rivoluzione Gutenberg è stata una rivoluzione inavvertita e progressiva, durata molti secoli (E. L. Eisenstein, La rivoluzione inavvertita. La stampa come fattore di mutamento, Il Mulino, Bologna, 1985), quella digitale è stata rapidissima, radicale ed estesa. Per questo non si è potuta ancora formare una coscienza diffusa e un uso critico-consapevole della rete.
«La radio – scrivono Gaggi e Bardazzi – ha impiegato trentotto anni a raggiungere la soglia dei cinquantamilioni di ascoltatori. Alla TV ne sono stati necessari tredici. Internet ha toccato quota cinquanta milioni di utenti in soli quattro anni, e lo stesso traguardo è stato raggiunto dall’iPod in poco meno di tre», ma la rete e i cellulari oggi coinvolgono miliardi di persone su scala globale e il digital divide è una discriminante spaziale e generazionale formidabile.
Le generazioni di Gutenberg non possono interagire e comunicare con i digital native, anche perché questi, in generale, leggono pochi libri e pochi giornali. In futuro, comunque, tutto questo potrebbe cambiare. Negli USA, ad esempio, ricerche fatte sugli utenti in rete mostrano come il 70% di coloro che leggono il giornale on-line, prendono visione di sette quotidiani differenti, menre prima ne leggevano soltanto uno. Naturalmente, noi che leggiamo tanti libri non conosciamo che superficialmente la rete ed io devo ringraziare i miei giovani collaboratori, i miei figli e Bruno Spinazzola, informatico-creativo, se riesco a capirne qualcosa. Noi leggiamo i giornali, ma i giovani accedono alle notizie prevalentemente attraverso la rete, usando Facebook e Twitter e Wikipedia. «Noi – scrive sempre Aldo Grasso – siamo cresciuti con un concetto di trasmissione del sapere di tipo verticale, strutturato per gerarchia, articolato secondo una concezione piramidale (il sapere è conquista verso l’alto). Il Web ha reso orizzontale buona parte della nostra conoscenza: sulla rete un’opinione vale l’altra, proprio perché è posta sullo stesso piano». La formazione culturale classica, che per secoli aveva formato le classi dirigenti della civiltà occidentale sulla base di solidi valori e di precise procedure mentali, di senso del limite e di rispetto per l’evidenza, di controllo delle pulsioni e di pietas, è entrata in crisi da tempo, cedendo il passo ad una cultura di massa molto legata allo spettacolo, alla contemporaneità e al politicamente corretto, e priva dunque di gerarchie mentali.
Eppure la rete è in grado di fornire notizie, informazioni, fonti ed immagini a getto continuo e con larghezza incommensurabile. Il ritmo e la massa di dati che i media contemporanei ci offrono, costringe la mente a recepire scenari in continua trasformazione, ma anche ad adeguarsi all’effimero, al provvisorio, a fabulazioni contraddittorie e sconosciute, fino a negare l’evidenza e il senso comune. Addirittura facendo diventare irrilevante la logica dell’evidenza e il riscontro dei dati. I fatti, le motivazioni dei fatti e delle azioni, le cause, le interconnessioni logiche, le spiegazioni più lineari spesso vengono negate e stravolte. Persino gli scienziati e gli esperti che nelle questioni del riscaldamento climatico, così come nella questione dell’influenza aviaria e suina, si sono prestati a campagne mediatiche di allarmismo, esagerazioni, falsificazioni, previsioni sballate, alla fine hanno generato scetticismo e disinteresse, con buona pace di tutti coloro che si aspettano dalla scienza risposte certe e previsioni serie. L’insistenza unilaterale sui dati che confermavano le più nere previsioni e le implicazioni politiche e ideologiche che molti hanno accolto per conformismo e per pigrizia mentale o per moda (si pensi agli artisti, agli scrittori, agli sportivi ecc.) ha provocato una reazione che ha spezzato l’ondata conformistica, spesso non disinteressata, che aveva invaso la rete e l’intero sistema dei media. Tuttavia negare l’evidenza è un vizio diffuso. Tutto può essere negato e tutto può essere mistificato. Con estrema facilità si costruisce e si veicola “il mostro della non-verità”, che, come ha scritto La Capria – non è uguale ad una comune menzogna soggetta ad una semplice smentita, ma è diabolicamente qualcosa di più costruito, che sostituisce la verità e ne crea un’altra attraverso l’uso di concetti e di ragionamenti che subito trovano un terreno di cultura favorevole tra chi per cecità ideologica pregiudizio antiamericano e antiebraico, ottusa predisposizione, ci crede». La Capria si riferisce ad una diffusa e onnipresente, anche nella rete, retorica del complotto che ho già analizzato (cfr., Z. Ciuffoletti, Retorica del complotto, Il Saggiatore, Milano, 1993 e Z. Ciuffoletti-E.Tabasso, Breve storia sociale della comunicazione, Carocci, Roma, 2005).

4. La retorica del complotto nella rete

Si pensi che per l’attentato dell’11 settembre 2001 si possono trovare, cercando su Google le parole “9/11″ e “conspiracy” quasi due milioni di pagine web dedicate a sostenere le varie teorie del complotto (Cfr. M. Polidoro, 11/9. La cospirazione impossibile, Piemme ed., Casale Monferrato, 2007, p. 8). Ancora nel 2007 a tutto questo si doveva aggiungere oltre 3000 saggi e decine di film e documentari pubblicati su Internet o su DVD che propagandano la “vera storia” dell’11 settembre, in contrapposizione con la versione ufficiale» (Ivi, p. 8). La ricostruzione “ufficiale” di ciò che accadde con l’attentato dell’11/9/2001 non è frutto solo della Commmisione d’inchiesta governativa o delle indagine promosse dal Congresso degli Stati Uniti, ma delle ricerche e delle indagini di istituzioni scientifiche indipendenti come l’American Society of Civil Engineers, la National Protection Association, la Federal Emergency Management Agency, gli Underwriter, laboratories, il National Institute of Stand and Technologies, più prestigiose università americane come la Columbia, ed altre ancora; più le inchieste di giornali; più i diari degli attentati; più le rivendicazioni dello stesso Bin Laden, il leader del gruppo terroristico di al-Quaeda ritenuto responsabile degli attentati (Ivi, p. 9).
Niente può fermare i teorici del complottismo e la loro premessa ideologica antiamericana e antiisraeliana. Naturalmente non c’è una un’unica teorica del complotto, ma tante versioni, alcune particolarmente complicate, ma sempre collegate ad un disegno ordito dal presidente George W. Bush per scatenare la guerra contro l’Iraq e in Afghanistan o poter controllare le fonti energetiche e le rotte del petrolio, oppure dai servizi segreti israeliani per spingere gli USA in guerra contro il mondo islamico. Non mancano coloro che ritengono responsabili del complotto la CIA o i servizi deviati o i baroni del petrolio o i fabbricanti d’armi. C’è anche chi descrive i terroristi come burattini manovrati da altri; chi ritiene che non siano mai esistiti; chi, infine, non crede nemmeno alle vittime morte sugli aerei esplosi in volo o contro le Torri gemelle. Di tutto di più, dall’estrema sinistra all’estrema destra, in America, in Europa e nel mondo islamico, dove gli integralisti da un lato esaltano il gesto eroico dei terroristi come espressione della Yhad e dall’altro rilanciano l’ideologia dell’odio contro l’Occidente e i suoi valori, impersonato dagli USA e da Israele. Le ideologie che negano l’evidenza circolano e possono trovare credibilità come quelle che negano la Shoah, seguendo un processo mistificatorio che si alimenta di ogni pregiudizio antiamericano o antiebraico. Il libro dei Protocolli dei Savi di Sion, un falso storico acclarato, che alimentò anche l’ideologia nazista nel secondo dopoguerra è stato rilanciato nel mondo islamico dove la leggenda del complotto ebraico ha trovato un terreno fertile nelle varie incarnazioni dell’integralismo islamico (cfr., W. Benz, I protocolli dei Savi di Sion. La leggenda del complotto ebraico, Mimesis, Milano-Udine, 2009; S. Romano, I falsi protocolli. Il “complotto ebraico” della Russia da Nicola II ad oggi, Corbaccio, Milano, 1992). La diffusione della teoria del complotto sionista non avviene solo attraverso le tante edizioni dei Protocolli, ma anche attraverso la radio, la televisione, il cinema e, oggi, la rete Internet. Si pensi che a Teheran, dove la prima apparizione dei Protocolli risale al 1948, dopo la rivoluzione komeinista che ha portato alla instaurazione della repubblica islamica, si ebbero edizioni nel 1979, 1981, 1985, 1986 e oggi, ne parlano le cronache, i vertici politico-religiosi di quel regime hanno fatto dell’odio antiebraico e antiamericano una sorta di ideologia ufficiale. Come ha scritto Umberto Eco la “grande menzogna” trova oggi nuovi adepti (U. Eco, La grande menzogna «La Repubblica», 15 ottobre 2005), persino fra le folte comunità islamiche europee ed in Italia. Spesso la teoria del complotto sionista-americano per realizzare un controllo totalitario sul mondo fa il paio con la negazione della Shoah, di cui è ormai campione assoluto il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad. Naturalmente in Iran la rete è sottoposta, come altri media, ad una pressante censura e naturalmente l’Iran in questo, come sulla questione del nucleare, trova l’appoggio della Cina. Infine in Giappone o nella stessa Cina si stanno diffondendo le teorie complottistiche e i Protocolli hanno avuto negli ultimi anni una certa circolazione. Dal momento che in Cina non sono presenti comunità ebraiche e non esistono motivi religiosi di antisemitismo queste teorie «sono la spia di un antioccidentalismo e un americanismo latente». (Cfr. I. Buruma, E in Asia ritornano i Protocolli, in “Il Corriere della Sera”, 3 marzo 2007, ma anche D.G. Goodman, The Protocols of the Elders of Zion Aum and Antisemitism in Japan, Gerusalemme, 2005).

5. Il problema del terrorismo nella rete

Recentemente, Jonathan Zittrain, docente alla Law School di Harvard, dove è direttore del Center for Internet on Society, uno dei più autorevoli punti di osservazione della rete, ha posto una domanda molto provocatoria: «Se un paese bombarda gli elettrodotti di un’altra nazione, è un chiaro atto di guerra. E se, invece, lancia un attacco massiccio alle reti informatiche? Dove comincia l’atto di guerra? E come si reagisce: con armi elettroniche o convenzionali?» (M. Gaggi, Addio agli hacker eroi romantici. Sono i soldati della nuova guerra, in «Corriere della Sera», 1 febbraio 2010). Quando Zittrain ha posto queste domande a Davos non era stato ancora acclarato l’attacco degli hacker cinesi contro Google, ma se ne erano già registrate le prime avvisaglie. Ormai i problemi della sicurezza informatica stavano diventando una vera e propria emergenza., Nello stesso tempo l’aumento di virus nella rete, che è fenomeno antico, cresce ormai a ritmo esponenziale. Negli ultimi anni «sono stati individuati due milioni di virus o altre forme di attacco (worms, trojans) difficili da combattere» (Ivi., p. 19). I danni che producono sono così ingenti che le perdite sono pari all’intero giro d’affari del business mondiale della droga. In realtà Internet è nato come un sistema aperto, na proprio per questa sua virtù e per questa sua libertà è terribilmente vulnerabile. In realtà dopo i primi attacchi solitari degli hacker “romantici”, siamo passati, come scrive Gaggi, alla criminalità informatica, che ruba informazioni e denaro. «Ora – ha scritto Gaggi – si sta entrando in una terza dimensione quella degli attacchi organizzati da Stati». In effetti il primo vero cyber attacco è stato sferrato dalla Russia ai danni dell’Estonia, con il risultato di bloccare per due settimane tutte le attività Internet dei siti statali della giustizia e degli affari esteri, nonché quelli delle banche. Ad oggi, nessun altro paese, è stato attaccato in dose così massiccia. Si dice che dopo questo attacco la NATO abbia creato dei programmi per la messa a punto di cyber armi. Il caso degli attacchi cinesi contro Google sta diventando un fattore di crisi internazionale fra USA e Cina. Sembra ormai certo che dopo la decisione di Google di non sottostare più alle limitazioni e ai ricatti delle autorità cinesi la questione delle “scorribande cibernetiche” contro Google sia una cosa trascurabile. E’ ormai accertato che gli attacchi sono partiti dai computer di due università cinesi, una delle quali legata all’esercito. Gli attacchi hanno riguardato non solo Google, ma anche grandi aziende americane. Secondo il «New York Times», gli attacchi sarebbero iniziati nell’aprile del 2009. L’obbiettivo degli attacchi, secondo l’inchiesta condotta dal giornale americano con la consulenza degli esperti della National Security Agency, la intelligence militare USA, era quello di “rubare” segreti commerciali e codici di sicurezza, ma anche indirizzi di posta elettronica di attivisti dei diritti umani operanti in Cina. Sotto accusa sarebbero la Shanghai Jiaotong University e la Lansiang Vocational School, nella provincia orientale di Shandong, un’istituzione che prepara scienziati informatici per il comparto militare. La rete computerizzata di Lansciang è gestita da un’affiliata di Baidu, che è il principale motore di ricerca cinese, rivale diretto di Google (Cfr., P. Valentino, “Gli attacchi contro Google sono partiti da scuole cinesi”, in «Corriere della Sera», 20 febbraio 2010).
La Shanghai Jiaotong University è fra le migliori università nel campo dell’informatica e i suoi studenti sono fra i più preparati del mondo. Secondo alcuni commentatori gli attacchi non potrebbero che rinviare al governo cinese e ai servizi cinesi. Altri sostengono che sia solo un problema di spionaggio industriale, volto a carpire tecnologie e informazioni da aziende americane. Altri ancora sostengono che si tratta di “hackers patrioti” in appoggio al governo cinese. Infine c’è l’ipotesi che i computer dell’Università siano stati “presi in ostaggio” da altri soggetti sconosciuti. Tutti gli esperti sostengono che è difficilissimo stabilire con certezza l’identità dell’hacker che potrebbe far partire l’attacco da computer terzi. In sostanza, stiamo entrando in una nuova fase e per proteggere la sicurezza sul Web, dovremo forse affrontare delle limitazioni alla sua libertà … e alla nostra. Come ci stiamo difendendo dalla minaccia del terrorismo, sottoponendoci a notevoli sacrifici e controlli, così dovremmo fare per difenderci dagli attacchi alle reti informatiche.
In realtà nessuno può rinunciare a Internet e ai social media che popolano la nostra esistenza e influenzano la nostra società, dall’economia alla politica, dalla ricerca alla cultura. Non lo possono fare gli Stati e nemmeno gli individui, ma ancora non esistono regole e regolatori accettati sul piano internazionale per tentare di regolare e proteggere la rete.
L’insieme dei social media, il loro successo, la loro estensione sta valorizzando la scrittura e il ritorno dei codici lineari; così come sta offrendo potenti mezzi di ricerca e di scambio di informazioni, dati, conoscenze, ma anche occasioni di intrattenimento e di gioco, e persino porte infinite di accesso alle news. Questo crea nuove contraddizioni e nuovi conflitti, ponendo seri problemi sia ai giornalisti che agli editori, specialmente da quando si è scoperto che a beneficiare dei profitti della rete non sono i giornali e i professionisti dell’informazione e della carta stampata, ma i motori di ricerca, i portali, i provider. La rete, insomma, permette di sfruttare le notizie prodotte da altri. Ormai gli sfruttati cercano di reagire, ma gli sfruttatori si aggrappano alla libertà, allo slogan “Web no copyright” o all’informazione free.
Anche questa è una battaglia in corso che non sappiamo come andrà a finire.

6. La crisi della civiltà

Ancora una volta si può dire che la civiltà che ha inventato la rete, può diventare la prima vittima di una rivoluzione che rischia di annullare e appiattire ogni valore e ogni differenza. Perché per ora, questa che potrebbe essere la più grande rivoluzione della storia per i suoi risvolti sociali e culturali, non produce spessore, non seleziona, non si muove verso l’alto, ma si dilata e si appiattisce nell’espanso-indifferenziato.
Il problema non riguarda solo la formazione delle classi dirigenti, ma in primo luogo la capacità di esprimere delle classi dirigenti consapevoli delle responsabilità che comporta questo universo dilatato e ravvicinato che la rete ha generato. La rete può diventare un “non luogo” dei valori su cui si regge una società. Il nuovo universo della rete riflette anche conflitti che, come in passato, sono veri e propri conflitti di civiltà. Ma oggi c’è la tendenza, che diventa conformismo, come si è visto con la questione del clima, a negare l’evidenza dei dati duri e crudeli del problema. In effetti nella rete circolano e si autoalimentano ondate di presunta “controinformazione” che in molti casi si rivelano delle “provocazioni” o esagerazioni di ciò che già circola nei media ufficiali. Anzi la tendenza al conformismo si è vista bene con la questione del clima che ha generato un tam-tam mediatico dalle chiare implicazioni politiche ed ideologiche, dalla condanna del capitalismo a quella del progresso tecnico-scientifico e infine della nostra civiltà. Previsioni apocalittiche e terrorismo mediatico: in tempi brevi si sarebbe arrivati allo scioglimento dei ghiacci polari e alla crescita del livello delle acque. Proprio nella rete si possono trovare ormai non solo opinioni scientifiche contrarie e divergenti, ma confutazioni che mettono in ridicolo tutti i catastrofisti-conformisti. Purtroppo il gioco di accuse e controaccuse, può generare incredulità e perdita di senso della realtà, oppure offuscare le motivazioni di una buona causa come quella di rispettare la natura.
In generale il conformismo del politicamente corretto tende ad eludere la realtà con la stessa disinvoltura con la quale crea i “tabù” della nostra epoca, che spesso rappresentano la negazione del senso comune e della realtà, a volte dolorosa e conflittuale, del rapporto fra gli uomini e la natura e della relazione fra i generi e i gruppi sociali. La presa d’atto delle differenze e dei conflitti turba la coscienza dei “conciliatori” a prescindere, in primo luogo da ciò che inquieta le superficiali coscienze che non osano guardare in faccia la realtà e assumersi delle responsabilità. Diritti e doveri, libertà e responsabilità, controllo delle passioni, compostezza e saggezza, senso del limite, ricerca dell’oggettività sono valori e conquiste di secoli, di una civiltà plurisecolare sorta dalla sintesi fra mondo classico e cristianesimo. Oggi questa civiltà, che, in parte è rovinata sotto la tragedia di due guerre mondiali, stenta a riconoscersi e anche per questo stenta a riconoscere non solo la propria identità, ma anche che i propri valori sono diversi da quelli di altre civiltà, che hanno caratterizzato e caratterizzano la storia del mondo.
In nome di una adesione ai diritti universali dell’uomo, figli della civiltà occidentale, si nega l’esistenza stessa di un conflitto di civiltà, come ce ne sono stati in passato. Come se riconoscere questo conflitto significasse disconoscere l’altro e il valore della sua civiltà. Per esempio, nessuno ignora l’importanza culturale e filosofica del mondo islamico, ma il senso comune ci fa riconoscere anche che c’è un conflitto in atto, “un conflitto alimentato dall’odio per l’Occidente, proprio in quanto civiltà” come ha scritto un vecchio saggio come Raffaele La Capria (La fine della verità e il complotto, cit., p. 37) oppure seri studiosi di storia e di politica come Samuel Huntington o il politologo italiano Giovanni Sartori e tanti altri ancora (cfr., S. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano, 1997 e G. Sartori, L’integrazione degli islamici, in «Il Corriere della Sera», 20 dicembre 2009).
“La negazione dell’esistenza [del conflitto] – ha scritto La Capria – fa parte dell’anomalia del nostro tempo e forse è il segno di un inarrestabile tramonto dell’Occidente a causa dei nemici interni molto insidiosi e occulti, soprattutto quando si sentono sostenitori delle Buone Cause”. Non è la prima volta che si parla di crisi o tramonto dell’Occidente, però, proprio la rete offre uno spettacolo sconfortante, specialmente per coloro che credono in quei valori conquistati con lotte, cadute e risalite, e pagati a duro prezzo dalle tante generazioni che ci hanno preceduto. La caduta rovinosa delle ideologie totalitarie del ’900 ha generato “visionari” che non si piegano all’evidenza e che si chiamano fuori da ogni responsabilità. Moralisti radicali, sognatori di stati etici e codici etici, che, stranamente, rifiutano di difendere i valori della propria civiltà, ma quel che è peggio eludono e falsificano la realtà come avveniva con le ideologie totalitarie che negavano insieme la diversità e la libertà.
Le ideologie del ’900 sono state fedi secolarizzate basate sulla falsificazione e sulla manipolazione della realtà. “Negare un’evidenza – scrive La Capria – è il primo passo per negare il valore della verità. Infatti, più evidenze collegate possono concorrere a formare un clima diverso nella società, più autentico, e una maggiore fiducia nella realtà, che comporta anche un senso di sicurezza. L’evidenza negata da ogni esperto concettualizzatore e il gioco di prestigio dei concetti adibiti alla costruzione di una non-verità, manipolano la mente. La concettualizzazione più diffusa oggi è quella politico-ideologica, ma ce ne sono tante altre capaci di alterare la percezione che abbiamo delle cose”. La rete potrebbe essere un mezzo per produrre tante non-verità oppure per creare un gioco di contrapposizione a somma zero. Questo, però, non dipende dalla rete o dai social-media, ma dalla cultura che circola e che produce una società e quindi, nel nostro caso, la vitalità o meno della nostra civiltà. Per questo la rete non può essere censurata, bisogna solo sperare che la libertà, il contrasto di opinioni, lo spessore delle analisi, insomma l’erba buona scacci quella cattiva e si crei una gerarchia logica e anche morale fra tutto ciò che circola nell’universo mediatico contemporaneo che proprio nella rete ha la sua massima espressione.

7. Libertà della rete e responsabilità

La condanna da parte di un tribunale italiano di Google, proprietario di Youtube, per aver messo in rete un video di alcuni ragazzi italiani con scene di violenza contro un ragazzo autistico, ha scatenato un dibattito molto acceso. Ancora di più che la reazione americana contro le censure cinesi a Google. Bisogna dire subito che il governo Obama considera, come ha ripetuto l’ambasciatore americano a Roma, che “la libertà di internet è vitale per la democrazia”. Sempre per chiarezza bisogna dire che Internet non coincide esattamente con Google, che è nato nel 1998, quando la rete già esisteva da tempo. Google è un gigante, anche economico, e per questo è caro ad Obama, che ne ha ricevuto benefici elettorali, ma bisogna riconoscere che su Internet operano milioni di altre aziende, grandi e piccole. Per cui il vero problema è distinguere le diverse responsabilità, senza mettere in discussione la libertà di Internet che è per tutto il mondo un bene primario esattamente come la libertà di stampa. Il governo americano ritiene che non si possa imputare una responsabilità preventiva al “provider” dei servizi internet per quello che viene pubblicato e certo non basta una condanna di un tribunale italiano per fare chiarezza in un campo così complesso e delicato Google dice di non essere un editore, anche se gli assomiglia, e dice anche che il service provider non deve verificare preventivamente ciò che viene messo in rete dagli utenti. Il problema è che nessun soggetto che opera nella rete, può ignorare le conseguenze sociali, culturali, politiche, economiche, morali e persino penali delle proprie azioni.
Per questo nessuno può prevaricare i diritti delle persone e non solo nella tutela della privacy. Google ha subito cancellato l’ignobile filmato dei giovani mascalzoni italiani, che per primi sono stati puniti, ma non c’è dubbio che servirebbero poche e chiare norme internazionali per salvaguardare il diritto al rispetto della persona senza mettere in discussione la libertà di Internet. Altro problema è quello economico, dove non è difficile intravedere la complessità della partita. I grandi motori di ricerca sono quasi un monopolio americano, ma oggi i cinesi avanzano anche in questo campo, mentre l’Unione Europea vuol salvaguardare le sue aziende operanti nel campo delle telecomunicazioni, ma se non troverà un’intesa, non si arriverà a disciplinare la rete, salvandone la libertà e nello stesso tempo individuando le responsabilità di tutti i soggetti che operano in essa.

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  • Posted on mercoledì, luglio 14th, 2010
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