Socialismo europeo: la fine di un ciclo

Quando Obama vinse le elezioni con un chiaro programma di interventi pubblici per affrontare la crisi si parlò di ritorno del socialismo. Da tempo, e con più forza dopo i risultati delle elezioni europee che hanno segnato la sconfitta secca di tutti i partiti europei che si richiamavano alla tradizione laburista o socialista, ad eccezione della Grecia, si parla di morte del socialismo. Se si riuscisse ad intenderci su ciò che oggi vuol dire socialismo si potrebbe, in effetti, anche accettare queste contrastanti affermazioni, almeno sul piano del dibattito culturale e politico. Certamente non può valere l’idea del Partito Democratico che, pur fortemente sconfitto e colpito proprio nel cuore del progetto, si vuol presentare in Europa come un superamento dell’esperienza socialdemocratica. In realtà, gli ex comunisti italiani non sono mai riusciti a fare fino in fondo i conti con l’esperienza comunista che, in Italia, gli ha lasciato una pesante eredità proprio per non essere mai riusciti ad accettare il riformismo socialista, almeno sul piano ideologico. Il socialismo europeo nelle pur varie configurazioni nazionali si è sempre caratterizzato per avere accolto senza riserve il metodo liberale e le istituzioni democratiche e nello stesso tempo per aver puntato alla realizzazione di maggiori livelli di giustizia sociale grazie all’adozione di politiche di intervento statale per la realizzazione del welfare state. Una lunga storia caratterizzata da conquiste sociali di indubbio valore nell’ambito specifico dei singoli stati nazionali. I partiti socialisti e laburisti hanno potuto, così, realizzare in non poche realtà d’Europa importanti esperienze di governo da soli o in alleanza con altri partiti di ispirazione riformista sia cattolici che liberali. Questo non è mai accaduto in Italia per i comunisti, mentre è accaduto per il partito socialista. Oggi la società europea è profondamente mutata in senso individualistico e le basi delle grandi organizzazioni di massa, a partire dai sindacati, che avevano sostenuto le politiche sociali e democratiche, sono state corrose dai grandi mutamenti economici e dalle radicali trasformazioni della demografia con la riduzione delle nascite e l’allungamento della vita. L’organizzazione dello stato sociale è diventata una costosa bardatura insostenibile per le giovani forze che compongono il nuovo mercato del lavoro. La solidarietà verticale è venuta meno così come è diventata insostenibile la concorrenza dei lavoratori immigrati e in sé per sé  di un’ondata migratoria che aumenta i costi dello stato sociale grazie alla presenza di immigrati irregolari a cui si dovrebbero accordare diritti sociali di tipo universalistico. Oggi in Europa tutto questo richiede una revisione culturale profonda dei partiti socialisti, incapaci di adeguare i principi alla realtà. Quando questo avverrà, ci sarà ancora spazio per loro, ma non basterà chiamarsi partiti democratici.

Scritto per “La Nazione” il    12.06.2010

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  • Posted on venerdì, agosto 27th, 2010
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